A far foto sono bravi tutti…

Mi ha colpito la storia di un fotografo professionista, vincitore del Premio Pulitzer, al quale una grande rete televisiva ha chiesto di utilizzare alcune sue foto gratis, pur se accompagnate dalla citazione dell’autore (bontà loro!). Mi ha colpito anche al di là della solita, odiosa pratica di chiedere ad un creativo di lavorare senza altro compenso che la “visibilità”, a quanto pare diffusa non solo da noi in Italia e applicata perfino ad autori affermati e titolati.

Mi ha colpito perché nasce anche da un antico pregiudizio che la fotografia si deve portare dietro da quando è nata, e che evidentemente ancora non è riuscita a superare.

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Timothy Spall nei panni del burbero e geniale pittore inglese William Turner, nell’omonimo film di Mike Leigh. In una scena, il pittore ormai anziano afferma, sconsolato, che ormai il suo lavoro non ha più senso: “Tutti, in futuro, andranno in giro con una di quelle macchine fotografiche in spalla, chiuse nelle loro custodie, come tanti stagnini. E con quegli attrezzi, in pochi secondi, ritrarranno la realtà senza aver più bisogno dei quadri.” (Cito a – scarsa – memoria)

L’idea, insomma, che a puntare un obiettivo e a schiacciare un pulsante sono bravi tutti.

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La “grana” e la fotografia

Beh, con un bel po’ di soldi da parte puoi comprarti della buona attrezzatura, dedicare tutto il tempo che vuoi alla tua passione, fare viaggi in bei posti e… ah, non è di quella “grana” che stiamo parlando?

Eh… no.

La “grana” in questione non c’entra nulla col “dinero” (che qui, anzi, vengono in mente più i Righeira che altro), ma ci riporta tra le amorevoli braccia di celluloide della vecchia “mamma pellicola”. Laddove si intende per “grana” il disturbo che le vecchie pellicole mostravano usando si trattava di supporti ad alta sensibilità ISO o quando venivano “tirate” (sovraesposte) in fase di sviluppo e stampa. Un disturbo che nel digitale generalmente si manifesta sotto sforma di rumore: sgradevoli “granellini” colorati usando “alzate” gli ISO in fase di scatto, magari al fine di ridurre i tempi di esposizione di una scena molto scura ed evitare il conseguente effetto mosso.

Una di quelle robe che qualsiasi maniaco della iper-definizione, ultra-precisione, mega-perfezione fotografica digitale considera una specie di spauracchio… e che invece ho imparato essere un validissimo aiuto per la narrazione fotografica.

Quindi, come ho smesso di preoccuparmi e ho imparato ad amare la grana?

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Il trucco c’è… ma l’inganno?

E’ da un po’ che ci torno sopra. Guardo e riguardo questo articolo sugli espedienti utilizzati per creare le classiche foto da social che una mia amica (ciao Sandra!) mi ha consigliato e mi chiedo: ok, sono trucchi e qui non ci piove… ma sono anche inganni?

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Voglio dire, che i fotografi abbiano escogitato fin dai primissimi scatti gli espedienti più fantasiosi per meravigliare chi poi va ad osservare le loro opere è una cosa risaputa. Giochi visivi come la prospettiva sfalsata, la doppia esposizione, la manipolazione delle luci non nascono con Photoshop, bensì sono tecniche tradizionali in uso si potrebbe dire da più di un secolo e mezzo. Entreranno a far parte anche del linguaggio di quel nuovo strumento espressivo che è la fotografia in movimento, detta anche cinema, con personaggi del calibro di George Méliès a fare da apripista.

Ecco, sono tecniche. Che però ci pongono due domande: quanto della foto è reale e quando è “lecito” che l’autore, ossia il fotografo, superi questo limite?


Illusioni ottiche? Beh, sì. Ma non lo è tutta la fotografia una gigantesca illusione ottica? Voglio dire, una foto finge di trasformare un pezzo di carta o lo schermo di un dispositivo informatico in una finestra spazio-temporale verso un altro luogo e un altro momento, quando non pretende addirittura di essere un pezzo di quell’altro luogo e di quell’altro momento che ci possiamo comodamente portare appresso.

“Trucchi” come questi, per quanto possano essere banali, dimostrano ancora una volta che una foto non è la realtà. Primo, perché neanche il fotografo stesso è una divinità che conosce tutta la realtà così come è, ma nel migliore dei casi un essere umano dotato di una buona sensibilità e di una discreta capacità artistica per trasmettermela. Secondo, perché il fotografo, se è veramente un bravo fotografo, non avrà alcun interesse a mostrarmi la Realtà con la R maiuscola (sempre che sia possibile raggiungerla), bensì vorrà trasmettermi la sua realtà, il suo modo di interpretare il mondo e il significato che vuole dare a quell’immagine… che poi magari io osservatore non colgo, o colgo solo in parte o anche “tradisco” trovando un altro senso tutto mio per quella visione.

Quindi, il fotografo spaccia visioni. Se è onesto lo dirà apertamente, sarà uno Eugene Smith che ci dice “Guardate che io di quel villaggio spagnolo vi faccio vedere il peggio, perché ritengo che il governo franchista della Spagna sia un regime arretrato e dittatoriale, che non deve ottenere alcun appoggio da una democrazia come la nostra. Poi, se volete, andate in Spagna da turisti e divertitevi, guardate quel pezzo della realtà che vi piace così tanto e vi rassicura… ma io, fotografo e quindi autore, vi faccio vedere quest’altro pezzo della realtà, mostrandovelo in questo modo che ho scelto io.”

Che poi… onesto… gli autori di questi scatti social hanno forse fatto qualcosa di così deplorevole? Alla fine, no. Che hanno fatto di male, “inventando” dal nulla delle immagini accattivanti, che destano meraviglia… perfino belle? Anche se lo avessero fatto per pubblicità propria o perfino commerciale, che danno ci hanno arrecato?

Eppure interi governi e altre compagini di vari genere in giro per il mondo montano ad arte gli scatti e le immagini, per veicolare messaggi propagandistici: due ragazzi a volto coperto lanciano sassi contro soldati armati di tutto punto a sprezzo della propria vita (mentre poi si viene a sapere che i sassi li stavano lanciando nel cortile di casa loro senza neanche un poliziotto nel raggio di duecento metri). Ancora, un soldato pare fare un normale controllo di routine in un posto di blocco (ma l’inquadratura “lascia fuori” i suoi commilitoni che tengono i fucili spianati contro i civili). E i casi che ho appena citato provengono, come avrete immaginato, dalle due parti che stanno combattendo lo stesso conflitto (da qualche decennio in qua, ma non divaghiamo…).

Tempo fa lessi addirittura di un fotografo che si era specializzato nel ritrarre i suoi colleghi mentre “truccavano” in svariati modi le loro immagini… non credo che sia andato molto avanti nel suo progetto, visto che si è attirato contro le inimicizie sia dei colleghi suddetti che degli organi di informazione di una buona decina di nazioni…

In questi casi il danno c’è, e viene dall’uso che si fa della fotografia, ossia dalla sua pretesa non solo di “mostrare la realtà così com’è”, ma anche di suscitare giudizi su questa stessa realtà (così come viene mostrata). E tutto questo senza dover neanche tirare fuori il tema delle fake news.

Insomma, un mezzo ambiguo e terribilmente complesso questo della fotografia, che mente quando dice di essere sincero, raggiungendo per ironia della sorte talvolta proprio nella menzogna i suoi risultati più elevati più “veri”. Un mezzo i cui autori spesso giurano e spergiurano di non contare molto, di aver ritratto solo quello che accadeva usando accadeva; in realtà, però, la valutazione dell’immagine non può affatto essere neutra, perché richiede di tenere in conto dei fattori in gioco all’origine di uno scatto, delle condizioni in cui tale scatto è stato realizzato, nonché in prospettiva dell’uso che si farà di tale scatto.

Quanto disturbo per una ragazza che finge di trovarsi in mezzo ad un bel prato fiorito sperso nella campagna… sedendosi invece ai bordi del marciapiede dietro casa sua.

Clic!

E’ il fotografo che fa la foto… o il contrario?

Le stranezze della vita.

Un mattino ti alzi, fai colazione, ti prepari per andare al lavoro. Da lì comincia la tua giornata, che sarà come tante altre, né migliore né peggiore. Ma da un’altra parte del mondo, proprio quel giorno e senza che tu lo sappia uno scienziato tedesco verrà colto da un’intuizione e formulerà un teorema così dirompente da fare a pezzi tutta la realtà che ti circonda e soprattutto tutto il tuo modo di percepirla.

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Werner Karl Heisenberg (1901-1976). Forse il più grande teorico se non della fotografia, quanto meno del fotografare. Il problema è che non ha mai saputo di esserlo.

Quell’uomo si chiama Werner Karl Heisenberg. E la sua scoperta, il principio di indeterminazione che ha poi preso il suo nome, avrà ripercussioni così estese nel tempo che ancora oggi, a settant’anni dalla sua formulazione, ancora non le abbiamo esplorate tutte.

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Una notte… ultramoderna!

Un breve post per segnalarvi che sulla mia pagina Facebook ho appena caricato un piccolo album, dedicato ad una splendida serata passata in uno dei locali più belli ed originali della Capitale: la Conventicola degli Ultramoderni.

Una notte per il compleanno di un caro amico, una notte per scoprire un modo elegante e divertente di intendere il burlesque, una notte per apprezzare veri talenti di un modo di fare spettacolo tradizionale e innovativo al tempo stesso.

Una notte, è proprio il caso di dire, bella.

Che altro dire… buona visione!

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E’ la tua fotografia, bellezza!

Tempo fa, in uno dei miei soliti vagabondaggi su YouTube, mi sono imbattuto in un video che sulle prime mi era sembrato anche interessante… ma che alla fine è riuscito a farmi davvero arrabbiare.

Il filmato in questione partiva da una domanda che – in effetti – anche io mi pongo spesso: se gente come Cartier-Bresson, Capa o Eugene Smith si trovasse a dover fotografare oggi, con una fotocamera moderna in mano e con l’attuale stato del mercato fotografico, che tipo di foto farebbe? Manterrebbe il suo stile a cui siamo abituati, oppure lo muterebbe radicalmente?

Per corroborare la sua tesi (spoiler: il loro stile sarebbe molto diverso), l’autore – un critico tutt’altro che impreparato, fotograficamente parlando! – portava l’esempio di alcuni fotografi dei quali aveva letto poco tempo prima una raccolta tematica, La strada: tutti fotografi italiani anche qui da noi poco noti, bravissimi dal punto di vista artistico ma misconosciuti dalla critica.

Il problema è che li citava con l’argomentazione a mio parere più sbagliata, ossia come esempi di fotografi più che validi che non si erano adattati ai gusti dei tempi, erano arrivati un decennio troppo tardi e non potevano sperare di competere coi loro contemporanei orientati ormai su gusti ed estetiche differenti. La conclusione era: cercate di capire come stanno le cose intorno a voi, guardate dove va il mondo e inseritevi nel flusso.

E lì mi sono arrabbiato molto.

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Uno dei giudizi più belli che ho ricevuto quando ho mandato delle mie foto ad un concorso è stato: “C’è una cosa interessante nelle tue foto. Il tuo stile ricorda molto quello degli autori dell’immediato secondo dopoguerra.” Lo intendevano come un complimento. E anch’io l’ho considerato tale.

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Che senso ha la fotografia?

Cominciamo con una piccola, doverosa premessa: le voci sul mio abbandono di questo blog erano decisamente esagerate. Nel senso che, certo, è ormai un mesetto che non avete visto comparire nuovi post ma sia per questioni fotografiche (il lavoro per la Mostra di Occhi su Roma ed altri progetti…) che personali (ehi, c’è una vita là fuori!) mi hanno portato, volente o meno, a dover fare una piccola pausa.

Ma ora siamo qui e riprendiamo da dove eravamo rimasti, ossia dalle solite quattro chiacchiere su questa strana cosa che chiamiamo “fotografia” e sul suo senso generale. In altre parole: perché darsi tutta questa pena appresso a un computerino portatile racchiuso in una scatola (quando c’è, questo computerino…) che comunica col resto del mondo solo attraverso un pezzo di vetro rotante?

La risposta l’ho avuta – per l’ennesima volta – da questa immagine qui:

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Ed è l’immagine di una vergogna.

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Descrivere o de-scrivere?

Le parole, diceva Nanni Moretti nel bellissimo Palombella Rossa, sono importanti. E alle volte anche i trattini lo sono, se non di più. Perché, vedete, c’è una bella distinzione tra descrivere e de-scrivere, più o meno la stessa che passa tra riferire e raccontare. O anche tra un’immagine e una fotografia.

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Passiamo ad un esempio pratico, tanto per intenderci. Questo:
Capita la differenza? No? Parliamone.

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Il WYSIWYG è sopravvalutato?

WYSIWYG. Ovvero What You See Is What You Get. Una modalità di previsualizzazione a schermo di un testo così come verrà stampato: quel che vedi è quel che otterrai. Adesso può sembrare scontato, ma quando Microsoft Office lo introdusse negli anni Novanta (vecchi ricordi, perché qui non si è più giovincelli… i 40 anni incombono tra poche settimane…), il mondo del word processing fece un netto balzo in avanti.

In fotografia lo conosciamo sotto altri nomi come live view o “visualizzazione in anteprima”. Il succo, però, è lo stesso: nel mirino o sullo schermo posteriore della tua macchina ti ritrovi in tempo reale un’anteprima di quella che sarà la tua immagine prima ancora che tu la scatti, con tutti i dati di luminosità, colore e composizione. Una caratteristica che ti porta naturalmente ad un flusso di lavoro basato sull’utilizzo dell’immagine così come viene prodotta dalla macchina, senza grandi manipolazioni successive, e che si sposa benissimo ad altre caratteristiche come le “simulazioni pellicola” o le “modalità di ripresa”.

A dirla così, una gran cosa, che può tagliare drasticamente i tuoi tempi di lavorazione degli scatti risparmiando tutta la fase dello sviluppo in postproduzione. Però, a mio parere, qualcosa di non troppo utile se non addirittura nocivo. E non solo perché, diciamocelo, una buona regolata in Lightroom e simili ha sempre una marcia in più.

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