Le lenti f/2 della Fujifilm: less is more

Dai, torniamo un po’ a parlare di attrezzatura. E, visto che ci siamo, di attrezzatura Fujifilm, anche se il discorso si può applicare ad altri prodotti di altre marche.

Senza girarci troppo intorno, da un anno e mezzo a questa parte Fujifilm ha avuto la brillante idea di produrre un terzetto di nuove lenti fisse, tutte ad apertura massima f/2 e nelle focali più utilizzate nel formato APS-C: 23, 35 e 50 millimetri. Non sono perfette specie se paragonate ad altre lenti della stessa focale prodotte dalla stessa Fujifilm, non sono luminosissime, non sono stabilizzate. Ma sono semplicemente fantastiche e il pubblico se n’è accorto.

E, senza girarci troppo intorno, Fujifilm le ha vendute come il pane.

Ma che hanno di speciale queste tre ragazzacce?

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Foto piccole e piccole foto

Tempo fa mi trovavo a visitare un festival di fotografia, del quale non farò il nome neanche sotto tortura (e presto capirete perché).

Sapete, uno di quei festival tanto belli, superpubblicizzati, pieni di autori esordienti diciottenni o giù di lì che espongono venti scatti in formato gigante, con mostre e progetti di sicuro interesse sociale (roba tipo un reportage sulla pastorizia dell’Uzbekistan, un mai visto reportage sulla tossicodipendenza a New York, un originalissimo – e anche vagamente razzista – reportage sulle condizioni di vita dei Rom nella periferia delle nostre città…), con scatti davvero diversi tra loro che certo non richiamano più o meno tutti gli scatti già esposti in una decina di altri festival passati, presenti e anche futuri.

Insomma, una di quelle cose che richiamano alla mente la scena iniziale del Cyrano de Bergerac:

“Ci sono gli Accademici?

Mah… ne vedo parecchi. Ecco Boudou, Boissat e Cureau, Porchères, Colomby, Bourzeys, Bourdon, Arbaud… Tutti nomi immortali, destinati a restare nei secoli.”

Solo che, quel giorno, qualcosa disturbava l’aulica atmosfera di eccellenza fotografica che permeava le sale contenenti tali capolavori. Dei ritagli, appiccicati alla bell’e meglio sulle pareti. Immagini minuscole, sgranate, quasi invisibili. Eppure… oh, scandalo e disdetta! Perché mai tutti gli spettatori voltavano le spalle alle grandi fotografie stampate su carte ricercate e bellamente esposte, opere di altissimo pregio realizzate da autori i cui nomi – per l’appunto – mai verranno a perire? Perché mai tutti questi zotici ignoranti e incolti si affollavano attorno a quelle immaginette che qualche imbelle aveva avuto la pessima idea di esporre in un angolo dimenticato dell’intera rassegna?

Il mistero mi incuriosì. Mi misi a guardarle anch’io. E compresi.

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Le foto sono sempre mosse

“OK, bene così… ecco, stai fermo… clic!”.

La frase classica che ci viene in mente quando pensiamo a qualcuno che scatta una fotografia. Il soggetto deve restare immobile, il mondo deve fermarsi, la realtà va in pausa.

Giusto?

Beh, tecnicamente sì, altrimenti come si suol dire “la foto viene mossa”. L’otturatore rimane aperto per troppo tempo, il soggetto si muove e il sensore (digitale o pellicola che sia) registrerà anche il suo spostamento nello spazio. Per alcune immagini funziona anche, ma per la maggior parte no.

Perché non funziona? Un po’ perché siamo pigri e vogliamo capire bene dove (e quindi come) stanno le cose senza dover correggere mentalmente la visione, attività che costa fatica al nostro cervello. Un po’ perché siamo paurosi e se, di nuovo, non riusciamo a capire dove (e quindi come) stanno le cose l’immagine ci trasmette un inevitabile senso di inquietudine. Siamo fatti così, da qualche millennio a questa parte.

OK, allora le belle foto non sono mai mosse?

Sbagliato. Le foto (belle o brutte) sono sempre mosse.

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La lezione di Dunkirk

E’ passato ormai un mese e mezzo dalla mia visione di Dunkirk, di Christopher Nolan. E ancora ho fissa nella testa l’immagine di file e file di soldati fermi sulla spiaggia, in paziente attesa di navi che non arrivano mai. Non sono tantissimi quei soldati, di certo meno di quelli realmente intrappolati in quell’assurda sacca, un surreale scherzo di una “strana guerra”, come veniva chiamato il secondo conflitto mondiale in quei giorni. Eppure se ne stanno ancora lì, sulla spiaggia della mia memoria. E aspettano.

Mi hanno insegnato molto quei soldati, ma non tanto riguardo alla storia militare o anche a quella del cinema. Mi hanno insegnato molto sulla fotografia, intesa in quanto arte di rappresentazione visiva. Perché, nonostante le mille critiche che gli sono piovute addosso e il fatto che non si tratti di un film perfetto, è un’opera di grande impatto teorico prima ancora che tecnico.

Queste, condensate in pochi punti, sono le lezioni che ho appreso su quella spiaggia, anche io in attesa di una nave che mi portasse di là dal mare.

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Gioco e Storia, dal gioco alla fotografia… e ritorno!

E rieccoci qui, reduci da una gran bella giornata passata con gli amici di Casus Belli nella splendida cornice del Museo Storico di Piana delle Orme. Una giornata dedicata principalmente al gioco storico ma anche – e questo è stato il mio piccolo contributo all’evento – al rapporto tra gioco e fotografia.

Lo devo dire, sono proprio soddisfatto. Gioco e Storia, ora giunta alla sua seconda edizione, si è da subito contraddistinta per non essere solo un grande appuntamento di gioco per gli appassionati, ma ha voluto rappresentare un’occasione per compiere una riflessione più ad ampio spettro sul fenomeno ludico, inteso nella sua dimensione interpersonale e culturale. Se dunque l’anno scorso il tema era quello dell’insegnamento tramite il gioco, l’edizione 2017 è stata dedicata all’indagine sui legami tra arte e gioco. Come si relazionano queste due realtà? Il gioco e più in generale il giocare sono forme d’arte?

La conferenza alla quale sono intervenuto – a margine delle molte partite e tornei dedicati agli appassionati ma anche a chi si avvicinava per la prima volta a questo mondo così affascinante – ha esaminato l’argomento sotto il profilo concettuale, sotto quello pratico-funzionale, sotto quello più puramente ludico… e con me sotto quello del rapporto con una delle forme d’arte più diffuse e quotidianamente praticate al giorno d’oggi: la fotografia.

E mi sono divertito un mondo.

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Gioco e Storia, Gioco e Fotografia! (Piana delle Orme, 7 Ottobre 2017)

Un post breve questa settimana per darvi un appuntamento dal vivo!

Nel pomeriggio del 7 Ottobre, nell’ambito della convention Gioco e Storia 2017 al Museo Storico di Piana delle Orme (Borgo Faiti, Latina), dedicata al gioco di simulazione storico (e non solo…), affronteremo insieme il tema Ludography: il Gioco e la Fotografia.

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Cosa unisce queste due attività, il gioco e la fotografia? E possiamo parlare della fotografia come di un gran bel gioco tra tempo, spazio e luce? O anche del gioco come fotografia di una realtà diversa da quella in cui ci muoviamo abitualmente?

In questa (lo prometto!) breve relazione ripercorrerò con voi la mia esperienza di amante sia del gioco “intelligente” che della fotografia “consapevole”, e scopriremo quali sorprendenti interazioni si possano produrre quando questi due mondi solo apparentemente così distanti finiscono con l’incontrarsi. Non mancheremo di discutere dei cambiamenti che il fenomeno dei social network sta provocando sia nel mondo del gioco che in quello della fotografia, e vedremo infine quali sono i piccoli accorgimenti tecnici che ci permettono di trarre il meglio dai nostri scatti ludici.

E poi, per chi vuole, ci sarà tutto il tempo per fare una bella partita insieme!

Tutto questo in un ambiente davvero speciale: una convention dedicata al gioco storico ospitata da uno dei più strabilianti musei del Centro Italia, tra ricordi della cultura contadina dell’epoca delle grandi bonifiche e reperti bellici risalenti all’ultimo conflitto mondiale. Un luogo a dir poco fotogenico…

Allora, segnatevi la data: Sabato 7 Ottobre, nel pomeriggio. Ci si vede a Piana delle Orme, tra un carrarmatino di plastica e uno squadrone di cavalleria di cartone!

Clic!

Amando i fotoamatori

Michele Smargiassi, firma storica della critica fotografica italiana, pubblica l’altro giorno questo suo discorso, pronunciato al Centro Italiano della Fotografia d’Autore. Un discorso bello, accorato e in certi punti quasi entusiasmante sul lato più scanzonato e forse “ribelle” (ma non per questo indisciplinato) della fotografia: il suo aspetto amatoriale.

E già lo so che a non pochi, professionisti ma anche no, si drizzeranno i capelli in testa a leggere le sue parole. Perché Smargiassi ricorda che la fotografia nasce come attività dilettantesca e amatoriale, e unisce in sé questi due concetti irriducibili per loro natura ad una classificazione precisa: il diletto e l’amore. Il piacere e la passione. Il divertimento e l’emozione.

Che è esattamente l’opposto di quanto affermano non pochi esponenti del settore, non solo indugiando su di un aspetto drammaticamente “serioso” di questo o quel grande autore, ma arrivando addirittura a dire che se non hai una partita IVA, ragazzo mio, ti illudi se pensi che stai facendo fotografia.

Sapete che c’é? Io penso che sia l’esatto contrario: se hai una partita IVA, non è detto che stai facendo fotografia. Indipendentemente da quante cose e con chi hai pubblicato, dai servizi che ti hanno pagato e perfino dai concorsi che hai vinto.

Ergo, a mio parere, Smargiassi ha ragione da vendere e gli altri torto marcio.

Giusto per prendere una posizione non troppo netta sull’argomento…

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Alza quel bianco e nero!

Una volta, tanti anni fa, i fotografi avevano molte meno scelte di oggi. Forse era anche un bene, chi lo sa, ma di sicuro non potevano fare troppo gli schizzinosi in quanto a sensibilità delle pellicole, gamma dinamica, definizione degli obiettivi al centro o ai margini dell’inquadratura…

Ad esempio, a meno di non spendere piccole fortune e comunque affidarsi a supporti tecnici non sempre affidabili, chi fotografa lo faceva in bianco e nero. Non era una scelta estetica e, in fondo, neanche una necessità: le cose stavano così e basta, si trovavano quei rullini lì e basta.

Poi il colore divenne accessibile a tutti sia per quel che riguardava scatto e sviluppo in ambito privato che, a poco a poco, anche per le pubblicazioni, fino a divenire la norma. A quel punto, chi “continuava” a scattare in bianco e nero per l’appunto “continuava” a farlo sulla base di una scelta consapevole, magari perché preferiva quel tipo di estetica, magari perché riteneva che quelle pellicole fossero più precise nel ritrarre la luce e le sue variazioni (non sono un tecnico esperto, ma la fotografia in bianco e nero non si basa sull’assenza dei colori quanto sul formare l’immagine usando soltanto la differenza di luminosità). Magari – e non erano pochi – perché pensava che quella a colori non fosse fotografia “seria”, non fosse vera fotografia (ricorda qualcosa?). Però si trattava di posizioni generalmente isolate, sempre più circondate da grandi autori che sapevano esprimere al meglio le potenzialità del colore, con spazi commerciali che si restringevano ogni giorno che passava.

Oggi, invece, l’equivalenza nella pratica fotografica digitale tra bianco e nero e colore è arrivata al punto che, se scattate in formato RAW, la stessa identica foto potete svilupparla in entrambi i modi.

E questo ha posto nuovi problemi.

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L’essenziale non è invisibile alla (buona) fotografia

Un paio di post fa avevo commentato il link ad un bell’articolo nel quale si mostrava come, con i giusti accorgimenti e un paio di “trucchetti” in fase di sviluppo, qualsiasi fotografo abbastanza competente fosse in grado di “trasformare” anche la più banale delle location in uno scenario ad elevato impatto visivo, o anche la più innocente delle scene in chissà quale situazione ad alto impatto emotivo.

Si tratta, in effetti, di veri e propri “inganni” ai danni di chi guarderà le opere finite, una sorta di “lato oscuro” dell’attività fotografica. Ma questa possibilità espressiva ha anche un suo “lato chiaro”, ossia non la creazione di una semplice immagine finta e non rispondente al vero, bensì l’estrapolazione da un contesto apparentemente insignificante di uno scorcio, di una visione, di un particolare, di una sensazione fuori dal normale che – prima della foto – non era visibile.

E’ a questo che è dedicato l’articolo che vi consiglio oggi.

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A far foto sono bravi tutti…

Mi ha colpito la storia di un fotografo professionista, vincitore del Premio Pulitzer, al quale una grande rete televisiva ha chiesto di utilizzare alcune sue foto gratis, pur se accompagnate dalla citazione dell’autore (bontà loro!). Mi ha colpito anche al di là della solita, odiosa pratica di chiedere ad un creativo di lavorare senza altro compenso che la “visibilità”, a quanto pare diffusa non solo da noi in Italia e applicata perfino ad autori affermati e titolati.

Mi ha colpito perché nasce anche da un antico pregiudizio che la fotografia si deve portare dietro da quando è nata, e che evidentemente ancora non è riuscita a superare.

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Timothy Spall nei panni del burbero e geniale pittore inglese William Turner, nell’omonimo film di Mike Leigh. In una scena, il pittore ormai anziano afferma, sconsolato, che ormai il suo lavoro non ha più senso: “Tutti, in futuro, andranno in giro con una di quelle macchine fotografiche in spalla, chiuse nelle loro custodie, come tanti stagnini. E con quegli attrezzi, in pochi secondi, ritrarranno la realtà senza aver più bisogno dei quadri.” (Cito a – scarsa – memoria)

L’idea, insomma, che a puntare un obiettivo e a schiacciare un pulsante sono bravi tutti.

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